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RADIO DATE
Autori: Francesco De Leo, Ivan Antonio Rossi
Genere: Pop
L’OFFICINA DELLA CAMOMILLA

dal 24 aprile in radio 
il nuovo singolo 
"CELESTE"

 
IL 29 APRILE IL RITORNO SUL PALCO DELL’ALCATRAZ DI MILANO

Dopo aver annunciato il grande ritorno dal vivo con il concerto del 29 aprile all’Alcatraz, L’Officina della Camomilla torna con un nuovo singolo: il 24 aprile esce "Celeste", prodotto da Ivan Antonio Rossi. Dopo l’uscita di “Madchester”, impreziosito dal feat. con Francesco Mandelli, la band prosegue il percorso verso il nuovo album che verrà pubblicato in autunno, con un brano che estende e approfondisce il suo immaginario sonoro e narrativo.
Celeste è un singolo dream pop, luminoso e allucinato, che racconta giochi proibiti tra due amiche in un celebre cimitero francese, trasformato nello scenario di un rito bacchico, gotico e psichedelico nel cuore della primavera. Ne emerge il ritratto di una giovinezza inquieta e alienata, che tenta di evadere dalla monotonia quotidiana attraverso rituali improvvisati, sedute spiritiche e derive paranormali. Un’estetica decadente che oscilla tra sacro e profano, eros e morte.

Il testo è ricco di rimandi letterari e cinematografici: dall’adolescenza sospesa e mitizzata de Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, alla fragilità psichica e tensione poetica di La campana di vetro e Ariel di Sylvia Plath, passando per l’estetica elitaria e rituale di Dio di illusioni Donna Tartt e la furia dionisiaca de Le Baccanti di Euripide. Sul versante cinematografico emergono il romanticismo deviato e malinconico di Buffalo ’66 di Vincent Gallo e il nichilismo adolescenziale e l’identità fluida di Totally F**ed Up di Gregg Araki.
Non manca un omaggio esplicito agli Smiths: la parafrasi del titolo Pretty Girls Make Graves diventa “signorine adorabili incidono lapidi”, mentre le atmosfere richiamano Cemetry Gates, evocando un romanticismo cimiteriale insieme ironico e letterario.

Celeste
è un inno oscuro alla giovinezza, che gioca con la morte per sentirsi viva.
Il singolo anticipa il ritorno dal vivo de L’Officina della Camomilla, il 29 aprile all’Alcatraz di Milano. Un nuovo tassello che conferma un’identità chiara e riconoscibile, costruita su una scrittura fortemente visiva e su un immaginario personale in cui la quotidianità si trasforma in immagini, scene e frammenti poetici, dando vita a un mondo narrativo unico e fuori asse.

BIOGRAFIA

L’Officina Della Camomilla nasce nel 2008 a Milano come progetto solista di Francesco De Leo. L’idea di band nasce poco tempo dopo con l’incontro tra De Leo e Stefano Poletti, musicista ma soprattutto videomaker. L’esordio discografico arriva però nel 2013 con "Senontipiacefalostesso Uno", dopo le centinaia di migliaia di visualizzazioni su Youtube di tracce autoprodotte. Sulla scia del successo del primo album l’anno successivo esce "Senontipiacefalostesso Due" e, in mezzo, vengono pubblicati numerosi Ep contenenti inediti e brani sparsi. Seguono poi Palazzina Liberty e la raccolta di cento brani tra demo e inediti Antologia della Cameretta. Poi, dopo un lungo silenzio di 6 anni, hanno pubblicato l’album Dreamcore.
Cifra stilistica della band è la spensieratezza con cui rappresenta in musica "quello che passa fuori dalla propria finestra"; E la finestra da cui L'Officina Della Camomilla guarda il mondo si affaccia sulla Milano dei Navigli, sul Parco Sempione, sull'area C, su Brera, sulle zone militari. Personaggi, veri o immaginari, che non hanno paura di raccontare o di essere raccontati, figure che si incontrano e scivolano veloci come i paesaggi attraverso i finestroni di un tram, ragazzi appena accennati che in fondo potremmo essere (stati) noi. I brani sono come istantanee, una tavolozza su cui i “nostri” riversano colori pastello e riflessioni a 360°, senza retoriche tronfie o velleità di giudizi universali. Le canzoni possono prendere vita da appunti, pensieri surreali, allucinazioni modellate, cieli nuvolosi, da ogni piccola sensazione che affiora sottopelle.
Strumenti giocattolo e tastierine mischiate al clapping, chitarre distorte à la Libertines dei tempi d'oro, un Alex Turner che preferisce le filastrocche macabre ai muri di suono degli Arctic Monkeys. Favole cattive, passaggi meno nervosi che ricordano i migliori The Pains Of Being Pure At Heart. L'amore-odio per Milano, l'alienazione nei non-luoghi e per i lavori sempre più improbabili, giocata su accenni di ninnenanne per non dormire, come direbbe il mai troppo compianto Pier Vittorio Tondelli. E poi, le fascinazioni per l'uptempo e per il pop più zuccherino, quello che fa innamorare, fatto per celebrare in posti improbabili i ritorni più attesi.

Stefano Pierini